Il Palio del Grano rappresenta l’esito di un progetto nato e realizzato per la prima volta nel 2005 dalla ProLoco di Caselle in Pittari e con la collaborazione dell’Associazione Terra Madre con l’obiettivo di “liberare” il valore della cultura contadina e della memoria, riproponendo delle prassi proprie della vita rurale nell’ambito di una gara nella mietitura del grano.

Alla gara sono iscritte otto squadre in rappresentanza di otto rioni di Caselle in Pittari (Chiazza, Madonna ra Grazia, Forgia-Mardedda, Castieddu, Scaranu, Taverna, Urmu, Pantanedda) “che si muovono” in una sorta di “staffetta” – all’interno del campo di grano diviso in “corsie” (una per ogni squadra). Dalla sesta edizione (2010) abbiamo pensato di gemellare ogni rione del paese con altrettanti paesi cilentani (San Giovanni a Piro, Morigerati-Sicilì, Ottati, Sanza, Rofrano, Casaletto Spartano, Laurino, Castel Ruggero), al fine di poter meglio raccordare il Cilento in un evento che nella comune radice socio-culturale, aggrega e promuove il nostro territorio.

A sorteggio quindi, ogni paese è stato gemellato con un rispettivo rione di Caselle, determinandone la partecipazione al Palio con una propria compagnia di mietitori. Ad esempio Sanza gemellato con Urmu ha visto in gara: 6 mietitori del rione Urmu e 6 di Sanza, 4 irmitatrici (donne che legano le fascine di grano) del rione Urmu e 4 di Sanza, per un totale di 20 partecipanti a squadra e di 160 nell’intero Palio. Ad ogni squadra viene assegnata una pista di grano larga 5 m. e lunga 100 m., che con un percorso a staffetta, ogni squadra dovrà mietere. Vince il Palio del Grano la squadra che mieterà per prima la propria porzione di grano, osservando comunque i giusti criteri di mietitura e di sistemazione delle fascine di grano. Il gemellaggio è stato istituito attraverso un “comparaggio” simbolico (San Giovanni) tra le diverse comunità, sulla scorta delle relazioni che un tempo intercorrevano tra le persone dei diversi paesi.

E’ una riproduzione di un mondo che appartiene alla memoria collettiva, un tuffo nel passato, l’attraversamento della tradizione come chiave di lettura di un popolo, di una cultura.

Nel Palio del Grano, l’eredità contadina, fatta di umiltà e sacrificio, diventa proposito di ricchezza ribaltando la prospettiva storica. Gli antichi strumenti del lavoro quotidiano trovano spazio per sorprendere con la loro essenzialità, con il loro uso secolare: una falce diventa la spada di un cavaliere, ed un campo di grano, lo scenario dove combattere una battaglia fatta di amore per la propria terra. Gli antichi saperi si riaffermano con orgoglio e diventano vanto per chi fino a ieri ne aveva vergogna o ne aveva dimenticato la memoria!

Il Palio del Grano può anche questo, e la semplicità che ne deriva e con il quale si materializza, non è folclore pacchiano, ma un modo per ritrovare spazi condivisi, per accrescerne il valore culturale, sociale ed economico e farlo diventare motore di progresso. Un lavoro del recupero ma soprattutto della proiezione, un viaggio non solo all’indietro ma prospettato nel futuro, senza dover considerare il nostro passato e le nostre tradizioni solo per compiacersi intorno ad un sapere nostalgico.

Il grano, che ha assunto per l’intera comunità cilentana un valore assoluto, nel Palio ha ridefinito una nuova contemporaneità legata ai valori delle produzioni locali, della biodiversità, della socialità partecipata, del fare la festa. Nel Palio si è materializzata la possibilità di iniziare a rappresentare il nostro territorio nella sua totalità e nella sua essenza. La possibilità di vincere la marginalità che sempre più caratterizza le nostre identità storicamente date. Un modo per intraprendere un reale percorso di valorizzazione sia in termini socio-culturali che economici.

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