REsidenza

 

 

Il primo Re: REsidenza

di Antonio Pellegrino

Ogni Re ha la sua Residenza, con le corti e i giardini, i granai e le cucine e le sue genti, le sue terre.

La Lucania Occidentale è piena di paesi, è senza una città, è costellata di regni, ovvero di comunità dove risiedere non ha solo una ragione anagrafica.

Nei Paesi dell’appennino meridionale il sole sorge e tramonta come altrove. Nei paesi dell’appennino meridionale dove si semina il grano, il sole non sorge e non tramonta come altrove. Il simbolo precede la sostanza solo per annunciarla, non può sostituirla altrimenti è falso.

Chi risiede conosce sempre almeno una verità.

La verità della Lucania Occidentale all’origine fu il Nomadismo-stanziale, paradosso per la logica e verità per la pratica. Coltivare allevando senza fare distinzione, ancora oggi siamo lucani, c’è lo raccontano le querce secolari dei nostri seminativi. Niente è mai spoglio, chi risiede è sempre vestito.

Nell’era delle ere digitali si può anche non risiedere, non avere una residenza fissa oppure essere senza una fissa dimora.

Nell’era delle ere digitali si può essere anche senza un’identità oppure averne mille senza mai accorgersene. Non occorre risiedere per avere un user!

Nella Lucania Occidentale, nei paesi dell’appennino meridionale, ancora si risiede, e la sfida è rendere occasione la nostalgia: nostalgia è la terra colorata dalla storia

I paesi dell’appennino sono nostalgia la spina dorsale dell’Italia tutta è nostalgia. La Residenza di oggi è nostalgia. Ieri invece con l’emigrazione fu euforia

Un’ubriacatura di benessere e cemento mosso dalla fame. Tutto si sovrappone quando si risiede.

E’ come fare archeologia mettendo cocci nelle ricerche che verranno nei millenni, e ognuno mette, e c’è sempre qualcuno che lascia e qualcuno che trova. La Residenza è antropologicamente intima, confidenziale, lo si impara nelle feste popolari e ancora oggi si festeggia qualcosa. La Residenza è una pratica, una Relazione.

Il Grano è una pratica, una Relazione. Esistono feste popolari che sono pratica e relazione.

Il Palio del grano è una festa popolare, una pratica, una relazione. Il Palio del Grano è nato ai piedi del Pittari, un paese chiamato #Cip nell’era delle ere digitali.

Uno dei tanti paesi dell’appennino meridionale con un paio di migliaia di residenti, un regno di Residenza. Paese vecchio o nuovo poco importa quando si risiede a Caselle in Pittari. Le maglie comunitarie si legano e si slegano per processi più subdoli dell’urbanistica.

A Cip si risiede per famiglia, per appartenenza.

A Cip si coltiva la vite e l’ulivo, si ammazza il maiale, si pascolano le capre.

A Cip si mangia anche il cibo industriale, si fanno le scommesse sportive e si può anche morire soli. Cip è nel mondo e il mondo è in Cip. Cip può essere un cinguettio, un silenzio oppure un frastuono è la volontà indigena a determinarlo.

Ed è l’indigeno la chiave di volta, la dinamica. La sospensione tra il dentro ed il fuori. Indigeno stà in mezzo tra esogeno ed endogeno. La vera residenza è sempre indigena. Sospesa tra il nomadismo e la stanzialità. A Caselle in Pittari si tiene il Palio del Grano A Cip CampdiGrano.

Tempo sacro e profano insieme. Il Palio del Grano è la nostalgia, CampdiGrano l’euforia. Anche queste sono sovrapposizioni, archeologie per il futuro.

Residenza e relazione.

Relazione e Residenza.

DAY 1 #CAMPDIGRANO 2017

 

 

Ogni REsidenza presuppone uno Spazio e un Tempo. La scelta del luogo condiziona certamente la modalità del risiedere, come il luogo stesso è condizionato dalle modalità del risiedere.

Ci sono diverse ed innumerevoli possibilità di risiedere la ruralità contemporanea, i paesi dell’appennino, le aree interne, le periferie dell’impero: dalla scelta dell’isolamento e dell’eremitismo postmoderno alle pratiche di contaminazione tra teorie e pratiche di saperi vecchi e nuovi, tecnologie obsolete e futuristiche, passando per lo spopolamento di  questi stessi paesi dell’appennino, delle residenze forzate dei vecchi e delle loro badanti.

Tutte queste possibilità provocano profondi segni nella morfologia del territorio e delle anime che lo vivono.

A incidere questi segni a volte indelebili sono le pratiche, esperite quotidianamente nell’atto di chi risiede, in maniera più o meno consapevole.

La zappa e l’aratro, lo smartphone e il social network, tecnologie che convivono, in un Tempo in cui la differenza la fa la consapevolezza con la quale si fruiscono queste stesse tecnologie.

Un Tempo subito attraverso la comune triste allegria del mal comune mezzo gaudio, l’infinita pratica catartica del lamento godimentoso, piuttosto che un Tempo scelto attraverso la responsabile accettazione della complessità del mondo come macro e micro sistema ecologico sociale e comunitario.

Appare necessario attraversare lo Spazio/Tempo con una rinnovata azione di REsidenza profonda nell’esperienza e leggera nell’impronta.

Una rinnovata alleanza tra due immagini mitologiche tese alla ricerca della conoscenza: il mito di Icaro, tenacemente indomito nella sua volontà di spiccare il volo, e il mito di Prometeo, portatore di fuoco e di luce per la protezione di ciò che ci appare più caro: il focolare, l’antro, la culla, il ventre da cui veniamo e da cui vogliamo essere accolti.

2017-07-12T10:58:58+00:00