Il “RE GOFFO” ovvero sua maestà il PORCO nazionale del Cilento

Di Antonio Pellegrino

Quale che sia il futuro di questa terra, del Cilento, non può e non deve dipendere dal solo apparato burocratico, dal macchinoso scientismo pianificatorio, dall’inedia della progettazione esogena, dalle corti dei palazzi politici ed accademici. Il Cilento non è una vetrina né tantomeno un museo! Può essere si laboratorio, ma il camice deve indossarlo l’indigeno, il cilentano, colui che ne varca i confini insieme alle greggi, oppure colui che ne sarchia la terra con le zappe e le parole degli avi. Le parole….la lingua dialettale…., nascosta nell’ombra della vergogna e della timidezza per troppo tempo, non ha la forza di declinare il nuovo con l’efficacia organizzativa che la modernità richiede. Troppa nostalgia e troppo folclore hanno musealizzato le identità ed il futuro è finito nelle mani del business improduttivo, del marchificio all’infinito, della speculazione ad continuum, quell’affaristico orientamento all’aspettativa che come la risacca del mare fa sprofondare nell’angoscia esistenziale colui che attende invano le vele all’orizzonte. Eppure, la ruralità, oggi più predicata che praticata, le sua ambizioni le ha messe in gioco, e qualche coscienza ha sentito e sente il risveglio di una nuova primavera. Oltre ogni slogan pret a porter, cose del tipo “terra ai giovani”, “dieta mediterranea”, “nutrire il pianeta”, una nuova generazione di protagonisti ha iniziato a dissodare terre e scrivere libri, parla anche tre lingue e fa impresa con una rinnovata etica imprenditoriale. Poco importa se la laurea in scienze politiche lo rende più avvezzo al giornalismo che al sovescio, o se ancora deve strutturare muscoli e nervi per imbracciare una falce o una forca. Questo nuovo protagonismo, antidogmatico e acculturato, si innesta nel campo sociale cilentano, proprio come le cento e più talee di pero innestate sul selvatico indigeno dai mille viandanti del passato. Il vecchio ed il nuovo fanno il paio ad una terra che da troppo tempo grida riscatto e come non mai vuole farlo con il proprio, con quello che più gli appartiene, con il faber ed il sapiens di una generazione apprendista e professionista allo stesso tempo. E’ questo il solco dell’innovazione, un fenomeno epocale che il mondo e non solo il Cilento, inizia a percorrere in una nuova prospettiva ecologista, dove fare impresa non significa solo fare soldi e dove i processi sociali e culturali hanno rilevanza e pregnanza più che della mera speculazione lucrativa.

 

Disegno di Maurizio Villè

E il Cilento, non solo quello dell’innovazione ma anche quello di coloro che lo vivono con forme di fruizione autentiche, tradizionali, con quella ruralità legata all’autoproduzione, quel modello di famiglia che si produce buona parte dei beni di consumo, non ha più la forza di sostenere le difficoltà indotte da leggi e norme lontane anni luce dai presupposti organizzativi tradizionali. Un modello quest’ultimo che è stato marginalizzato dalla modernità, rinchiuso nell’incapacità di diventare impresa o forse non è mai voluto diventare impresa, ed è così che è diventato clandestino, illegale e non solo per il mercato. L’impossibilità di allevare tre maiali ad esempio, come pure l’impossibilità di fruire di molte zone agricole nell’area del parco, hanno materializzato una serie infinita di vincoli che di sostenibile hanno ben poco e che oltraggiano il mantenimento della biodiversità e del paesaggio così come li abbiamo ricevuti. E’ forse nella difesa di questo modello tradizionale che gli innovatori devono recuperare spazi di azione per imboccare un nuovo percorso comune, una nuova forma di coscienza popolare, una nuova capacità d’azione. Ed è proprio questo il momento dove la “difesa”, la “restanza”, il diritto di esistere secondo i propri canoni culturali, devono diventare protagonismo assoluto, rigenerativo, e non si tratta di essere Don Chishotte o Masaniello né tantomeno di sventolare bandiere di partito, questa è una lotta per il proprio orto, per il proprio campo, per il proprio ovile. E’ questo il momento perché il “Re goffo” del parco, l’emblema della discordia e della distruzione, ha scatenato una forma di disappunto civile degno di altri periodi storici e di altre temperie culturali. Non bastavano le aberrazioni degli apparati statali incapaci di traghettare il Cilento nel futuribile, una democrazia clientelare e assistenziale che si è originata come promessa e si è poi rivelata come inganno. I cilentani sono da sempre “sudditi” ed eccolo sua maestà il cinghiale, ironia del selvatico impuro che devasta l’addomesticato millenario, l’ungulato sovrano imparentato con le corti ungheresi e con il maiale domestico da cui discende la prole prolifica, un incrocio senza problemi demografici, il dissodatore dei boschi e dei campi, l’alter ego dell’equilibrio naturale, colui che zappa migliaia di ettari l’anno con la forza di un muso capace di prenderci in giro con un grugnito. Cosa c’è da difendere di questa specie animale? Le stime parlano di 500 mila cinghiali nell’area parco, praticamente per ogni cilentano ci sono 2 cinghiali! Chi è l’ecologista, l’ambientalista, il ricercatore, che difende l’indifendibile? Quale legge umana o divina è così cieca difronte alla realtà? Quale funzionario o amministratore dorme sonni tranquilli come il sazio che non crede al digiuno? Chi è che specula sulla morte della nostra società contadina? I cinghiali hanno il loro diritto di essere e non di dominare!

E’ tempo di azione e non di teoria e non occorre più raccogliere firme o deliberare in consiglio comunale, non occorre più nemmeno il parere dell’esperto di turno. Occorre una soluzione immediata e risolutoria. Occorre che il parco sia dei cilentani e non della burocrazia, occorre che chi coltiva il grano si debba preoccupare della fertilità dei suoli e non dei danni della fauna selvatica. E li continueremo a sentire i cilentani disperati: chi ha trovato la vigna distrutta, chi l’orto, chi il grano o le patate o chi addirittura ne subisce l’aggressione fisica con il rischio che prima o poi ci scappa il morto. E’ impossibile continuare a vivere nel proprio territorio indifesi, senza alcuna possibilità di soluzione. Non occorrono prese in giro con il risarcimento danni o con le reti elettrificate che non funzionano. In un’area patrimonio Unesco, agghindata di marchi e di riconoscimenti, non ha nessun valore rimborsare un contadino che coltiva un tomolo di grano di una varietà indigena con trecento euro per consentirgli poi di comprare la farina industriale! Quel grano non ha solo un valore commerciale ma è legame identitario e soprattutto qualità alimentare che non occorre solo promuovere (con milioni di euro e già da un ventennio), ma tutelarla. Il parco nazionale del Cilento sembra sempre più il PORCO nazionale del Cilento ed a proposito di grano citare il caso del Palio del Grano di Caselle in Pittari, emblematico per capacità di recupero identitario, di prospettiva di impresa, di efficacia promozionale, costretto ogni anno a fare una lotta impari con il “RE Goffo”, risulta efficace per capire cosa sia parco e cosa non lo sia. Quest’anno il campo di gara era situato a 500 m dal paese, in un’area residenziale, servita addirittura da illuminazione notturna pubblica. Il grano è stato recintato come ogni anno con la rete elettrificata e unitamente ad una sorveglianza ad horas non si è riusciti a difendere il campo dall’attacco ripetuto dei cinghiali. Altro che estetica rurale o produzioni di qualità, il grano distrutto dai cinghiali è la beffa perfetta, la truffa del secolo, l’illusione che il coraggio possa arginare la paura. Il caso di Caselle in Pittari, con quasi 100 ettari seminati a frumento quest’anno, con una comunità del cibo slow food che lavora sul recupero di alcune cultivar locali è il simbolo di un parco che prova a funzionare dal basso, ad autodeterminarsi, a ri-definire le linee guida dell’attività agricola in un contesto socio-culturale millenario. Ma tutto questo non basta ed il grido disperato che denuncia impotenza è la risultante di una sorta di malattia cronica che induce all’abbandono, all’inedia, a quella cultura del lamento dalla quale si vuole fuggire.

Ed allora, per i cento e più paesi del parco, per i cilentani tutti, occorre intervenire senza soluzione di continuità. Occorrono deroghe alle leggi e alleanze strategiche tra gli attori cilentani. Bisogna poter cacciare il cinghiale tutto l’anno per ridurne il numero drasticamente e fare in modo che agricoltori e cacciatori si uniscano in questa lotta. Gli enti preposti devono immediatamente fare la loro parte nell’attuazione di nuove norme che consentono la caccia anche in aree parco in prossimità di attività agricole. Occorre che i cacciatori di cinghiale, che tra l’altro rappresentano una delle più importanti dinamiche sociali degli ultimi anni in Cilento, partecipino in modo attivo alle riformulazioni normative e si facciano carico anch’essi di nuove responsabilità dall’importante impatto socio-ambientale. Occorre il nuovo, occorre non nascondersi, occorre rivelarsi e fare scelte di responsabilità. Anche la carne di cinghiale può essere un’opportunità ed altri territori ed altri parchi già lo fanno e con successo. E’ questo un intervento drastico ma necessario, è la condizione sine qua non per non disperdere il nostro patrimonio culturale e colturale, è la via per un nuovo protagonismo popolare dei contadini e dei cacciatori, degli amministratori e dei cittadini, una lotta per il nostro più intimo bene comune, per smettere di essere sudditi ad una corona che si beffa della “natura protetta” per dominare con la goffaggine di un PORCO travestito da cinghiale.

 

Antonio Pellegrino

By | 2016-06-03T07:37:51+00:00 agosto 25th, 2015|Categories: Blog Camp|0 Comments

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