Pensieri sparsi per la preparazione di una MAGNA CARTA della ruralità contemporanea al #Campdigrano 2014

di Dario Marino

Prima che altro silenzio entri nella nostra collettiva intuizione del mondo

Questo articolo rappresenta un primo modesto contributo di preparazione alla stesura di una Magna Carta della Ruralità Contemporanea, protagonista della nuova edizione di Camp di Grano 2014 (http://www.paliodelgrano.it/campdigrano/programma-2014/). Pensieri sparsi che partono dai bisogni di coloro che oggi si sentono parte di una ruralità contemporanea e che intendono trasformare la propria etica individuale in ethos comunitario. Si vuole con questo scritto aprire un dibattito virtuale, creare un legame tra persone ed idee che presto si incontreranno fisicamente nell’agorà di Camp di Grano, proporre stimoli congruenti su temi complessi come quelli che riguardano la “ruralità possibile” nel mondo contemporaneo.

A mio parere, non dobbiamo aggregarci alla ruralità contemporanea come se fosse un club o un partito al quale uno può iscriversi: essa è fondamentalmente un’esperienza del nostro popolo e ciò che faremo con la Magna Carta è forse scoprire che da sempre abbiamo fatto parte di questa visione del mondo perché tutti gli uomini che identificano il proprio interesse con il bene comune appartengono necessariamente alle esperienze storiche di un popolo e di un’epoca.

BASTARDI DENTRO

Siamo tutti mulacchi!”

Anonimo cilentano

La ruralità contemporanea è bastarda, perché figlia illegittima. Non abbiamo un padre e una madre da cui ereditiamo legittimità, lignaggio ed ideologia, avendo posto l’orizzonte delle nostre azioni nell’esperienza delle pratiche tra tradizione contadina ed innovazione sociale, essendo solo tutto ciò che finora abbiamo fatto. Metaforicamente non vi è la possibilità di rintracciare precisi rapporti genealogici tra tutti gli individui che oggi praticano l’agricoltura in maniera innovativa e un antenato comune (come lo sono stati in altre epoche Cartesio e Locke, Kant e Hegel o Marx), una filosofia totalizzante di questo momento storico, narrazione, idea regolatrice e metodo, che sia capace di essere humus di ogni nostro pensiero particolare e comunità di linguaggio. Non abbiamo l’autenticità di una sola ideologia che ci precede e dobbiamo fare del sincretismo la nostra unica bandiera. Come tutti i bastardi abbiamo necessità di inventarci. La ruralità contemporanea è un’ essere che non ha definizione e non avendola è proiettata verso il futuro, ha il bisogno di inventare se stessa. Dobbiamo costruire ciò che siamo: tracciare, scegliere e lottare per il destino che vogliamo. Non sarà raro quindi che ci avvicineremo agli altri “bastardi” di questa società.

LUOGHI E PAESAGGI

Se Cristo si e’fermato ad Eboli,

A colpa di ku e’?

E certo nun e’ da nostra

Nui lu vulimu bene,

L’avimu preparet

Na festa granna grann

Varil i vin e ang’net

Ca par il Capodann…”

“Basilicata on my mind” di Rocco Papaleo, composta

molto prima di mettersi al servizio dell’Eni e della Total

Prima di essere un’aspirante contadino, tra i banchi dell’aula magna dell’università di Siena (ancora sedotto da città “rosse”, in cui invece si scoprono “rafanielli” di città) un professore esimio, anglofono per vocazione, spiegava a noi studenti meridionali fuorisede il cosiddetto “familismo amorale” di Banfield.

I paesi del Sud sono caratterizzati da una concezione estremizzata dei legami familiari che va a danno della capacità di associarsi e dell’interesse collettivo. Era questo un dato così evidente nella comunità accademica che non vi era neanche la necessità di approfondirlo, adducendo solo tare culturali e ragioni storiche vaghe, tipiche di territori economicamente e socialmente arretrati, che si facevano risalire all’alba dei tempi. Nel corso degli anni, invece, compresi come quella incapacità di associarsi, il familismo non apparteneva “geneticamente” alla nostra cultura, ma era spirito di sopravvivenza, il risultato inevitabile delle azioni terroristiche del governo italiano nel Mezzogiorno, somma e conseguenza di tanti tristi episodi della storia patria. Sono le condizioni materiali di vita a spiegare i comportamenti e non viceversa. Basta andare in un archivio storico per far riemergere il fitto tessuto di strutture associative, come le chiese ricettizie, le confraternite, i monti frumentari, le società di mutuo soccorso, gli enti che gestivano le terre collettive, trame di una cooperazione sociale ante litteram e di una società civile autenticamente auto-organizzata. Ritornando in paese dopo gli studi universitari, capii che alcune pratiche delle relazioni solidali nelle periferie rurali erano sopravvissute alle peggiori perversioni della modernità: ancora si uccide il porco insieme, si costruiscono case con il mutuo aiuto, si raccolgono le olive e si miete il grano collettivamente. Al Sud le relazioni solidali prediligono lo spontaneismo, piuttosto che regolarsi con statuti e istituzioni. Vi è un capitale sociale e vi sono pratiche di agricoltura sociale della tradizione da preservare e traghettare nella prassi della ruralità contemporanea. Una sfida che non ha bisogno di Psr, dello Stato o di eroi lontani: d’altra parte, i carcerieri pagherebbero la nostra liberazione?

Ognuno di noi può diventare uno storico e un sociologo attivo nella propria comunità, non è la cultura specialistica e accademica a conferirci questi titoli, ma il modo in cui abitiamo uno spazio e ci relazioniamo con gli elementi che offre il territorio. Credo che, aldilà delle cartoline agiografiche sul Mezzogiorno da fiera turistica, la cosa più bella di un paesaggio rurale rimane la sua gente.

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IDENTITA’ (Meridionale)

a parlà chiaro s’ vai”

Amico casellese

E poi vi è un Sud semi-coloniale. Tutta la nostra lotta deve partire dall’auto-consapevolezza di vivere in un regione d’Italia semi-coloniale, regione di un paese che è, a sua volta, membro di un continente imperialista. Il nazionalismo meridionalista (declinato, a mio parere, nell’accezione del federalismo integrale di Proudhon) è possibile solo se inteso come una politica conseguente all’anti-imperialismo. Parliamoci chiaro (senza l’ipocrisia del politicamente corretto): i due mostri della modernità liberale continuano ad essere lo Stato e la proprietà privata. Così come continua ad esistere un’oligarchia, nazionale e locale, che si alimenta di privilegi usurpati ed è tenuta insieme da una corruzione che permane il sistema ad ogni livello. La cultura indigena del Mezzogiorno e dell’Italia intera, quella contadina, è stata violentemente sconfitta nel suo immaginario collettivo a forza di modernità consumistica ed emigrazione. Oggi essere meridionalista non significa struggersi neomelodicamente per i “tiempe belle ‘e na vota”, ma costruire comunità resilienti (virtuali e reali), “compiere l’avventura di restare o ritornare”, fare impresa perseguendo fini di utilità sociale e non mossi da motivazioni riconducibili al solo profitto, abbandonare il pensiero unico della concorrenza a favore di un’economia collaborativa, sviluppare altri modi di possedere diversi dalla proprietà privata, credere che l’istituto relazionale comunitario sia al di sopra dello Stato. Facile no?

AGRICOLTURA

ma sé acchiappo ‘a quillo che s’a’ fottuto ‘e meluni 

 m’faccio ra’ ‘areto pure ‘e scorze e sement!”

‘O Trerrote” di Tony Tammaro

L’agricoltura a volte rappresenta solo un pretesto per questa contemporaneità, ma di sicuro è il miglior pretesto: le relazioni reciprocamente positive tra gli uomini sono possibili soltanto a patto di coltivare un’interazione proficua tra l’uomo e la natura . L’agricoltura da sola non risolleverà le sorti della società, ma senza agricoltura non vi sarà alcun cambiamento.

Seminare, raccogliere e riseminare: questa è la prassi rivoluzionaria della ruralità dal momento ca s’ stann futtenn ‘ pure ‘e scorze e sement, perché preservare la biodiversità e il patrimonio vegetale autoctono significa riappropriarci della nostra cultura. Per le tecniche di coltivazione dobbiamo fare riferimento alla nostra tradizione (dal complesso di conoscenze tramandate per generazioni e i cui unici custodi sono gli anziani maestri della terra), farci aiutare dalle culture indigene (si prenda ad esempio l’agricoltura organica e rigenerativa) coniugate alle moderne conoscenze tecnico-scientifiche e dall’innovazione tecnologica (si pensi alle applicazioni di arduino all’agricoltura). Sovranità alimentare e autarchia “defascistizzata” sono temi che pretendono ancora di essere approfonditi.

L’ agricoltura (con questo termine non mi riferirò mai alla grande industria agroalimentare) si è trasformata da pratica residuale delle culture “sottosviluppate” ad argomento di tendenza: negli ultimi anni si fa un gran parlare di terra nei canali mediatici mainstream e negli ambienti dell’oligarchia politica, notoriamente detentori di interessi conflittuali rispetto a quelli della ruralità. Credo che questo dipenda dal fatto che l’oligarchia quando non riesce a contrastare istanze autentiche nella società, potenzialmente pericolose per l’ordine sociale ed economico costituito, tende ad assecondare queste aspirazioni, appropriandosene, snaturandone i contenuti per renderle innocue. Più o meno è il meccanismo d’azione di un antibiotico applicato a fenomeni sociali.

In questi ultimi anni ho avuto il modo di osservare alcune devianze nel cosiddetto ritorno alla terra. Faccio qui un elenco necessariamente approssimativo, superficiale e generalizzato, di diversi “approcci” devianti all’agricoltura:

  1. L’approccio “accademico”_ Si fa agricoltura teorizzando smisuratamente, organizzando buffet e aperitivi, scrivendo libri e pubblicando brochure. Coloro che seguitano questo approccio si sentono portatori di salvezza per il mondo interno, pianificano e comunicano, aldilà delle apparenze non si sforzano di ascoltare e rispettare chi davvero lavora la terra, generalmente provengono da “altrove” e arrivano nelle periferie rurali senza l’umiltà necessaria per integrarsi davvero nelle comunità, sono l’avanguardia intellettuale di un esercito fantasma

 

  1. L’approccio “commerciale/capitalistico”_ Legato indissolubilmente al sistema dei marchi di qualità, del made in Italy e del biologico, riproduce e amplifica il sistema delle divisione di classi sociali a tavola. Si commercializza biologico nelle boutique del cibo alla moda per salvaguardare la salute alimentare dell’oligarchia italiana, mentre gran parte della popolazione, che lavora per il benessere di questa minoranza, può continuare ad avvelenarsi comprando cibo nei supermercati economici “tedeschi”. Sono i maggiori beneficiari dei finanziamenti pubblici e la loro attività economica non ha alcun fine di utilità sociale. Per questo approccio, mi permetto, essendo un personaggio pubblico, di fare un esempio: Oscar Farinetti, homo novus del made in Italy in giro per il mondo, l’agricoltura ai fini eataliani.

farinetti

Questa immagine, segnalatami da un amico dovrebbe essere del Maestro Gianfranco Marziano, si legge scherzosamente nella didascalia “FARINEEE MAGNAT O’ CAZZ!”

  1. L’approccio “new age” edulcorato all’agricoltura. Premetto che ho rispetto dei numerosi stili di vita e filosofie alternative votate all’esplorazione della spiritualità e che la parola “new age” è intesa soltanto nell’accezione del segmento di mercato, che gode di vasta copertura mediatica, che ad essa si riferisce . Voglio qui esprimere la visione dell’agricoltura edulcorata “con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà, e con tutte le ragazze che passavano di là dicevano: Che bella l’agricoltura! ma chi c’ha voglia di faticà?”. Più di tante parole la figura di Ruggero nel film Un sacco bello può esprimere questa devianza https://www.youtube.com/watch?v=s1gHnTOXtwk& . Questo approccio lo considero elitario, individualistico e senza possibilità di ripercussioni determinanti nella società.

E’ chiaro che in ogni realtà della ruralità contemporanea si possono rintracciare in misura variabile questi atteggiamenti, rappresentando vere e proprie devianze solo la loro estremizzazione.

La supremazia delle pratiche, la ruralità contemporanea intesa come esperienza, insomma la fatica e l’autenticità sono gli unici antidoti non soltanto rispetto a queste devianze, ma anche contro quella legge ferrea dell’oligarchia che rischia di “imborghesire” ogni movimento sociale. In parole povere: Chiacchiere annanz u’ forno è perdenza re pane.

INNOVAZIONE

Zappa e aurduino fann e figl genuin

Spenderò poche parole ma chiare per questo tema complesso: l’innovazione tecnologica, i social network, lo sviluppo del web, la guerrilla marketing, se utilizzati in modo corretto, rappresentano strumenti imprescindibili per la ruralità contemporanea. Sono questi strumenti a poterci far dichiarare oggi la centralità della periferia nei processi di rinnovamento sociale, culturale ed economico. Sono questi mezzi a porre la ruralità nel cuore e non più nel culo del mondo.

Dario Marino

By | 2014-07-08T15:11:31+00:00 Luglio 8th, 2014|Categories: Blog Camp|Tags: |2 Comments

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