Dialogo di due giovani folli: li chiamavano Bosco e Grano

di Giuseppe Rivello, Jepis e Michele Sica, Bosconauta

Jepis e Bosconauta a Caselle in Pittari in occasione di un’escursione bucolica nell’autunno 2011

 

Io sono Michele, figlio di Gerardo che fu Michele che fu Pellegrino. Vecchi contadini e boscaioli, i miei nonni paterni e materni, di un  borgo accovacciato tra i monti Picentini, tra Salerno e l’Irpinia: Calvanico. Qui si coltivavano (e ci sono ancora) castagneti, noccioleti e uliveti, ma ancor prima vigneti e grano per la sussistenza familiare. Ma soprattutto si viveva di boschi. E’ questo quello che facevano i miei nonni ed è questo che cerco di riscoprire affannosamente in questa mia ricerca di vita: per questo                                                                      motivo mi piace definirmi Bosconauta.

Io sono Giuseppe di Caselle. Caselle in Pittari è un paese fatto di gente che lavora e che ha voglia di lavorare. Anche per questo io mi sento profondamente figlio di questa terra. Una terra nella quale ho deciso di restare uscendo fuori talvolta per prendere e riportare sempre qui. Così ho fatto con gli studi, così col lavoro.

 

Io per lavorare invece ho dovuto andarmene. Ho voluto andarmene. Per tanti motivi, uno fra tanti perché il paese mi stava stretto. Il bosco è ampio e grande ma al bosco non salivamo più. Ci rifugiavamo nelle nostre strette mura di casa, andavamo verso le strade strette della città per trovare la vita. Questo perché il bosco appariva buio, nero, vuoto. Perché il bosco non ci dava più da mangiare, perché di bosco non si viveva più. A te Giuseppe, oggi, cosa ti fa vivere?

 

La voglia di fare qualcosa con le mie mani! Non è retorico, anzi. Quando ero bambino e mio nonno mi portava con sé nei campi, ricordo che non volevo andarci.  Da ragazzo poi, con compagni di avventura, ho ritrovato uno spirito nuovo nella terra inventandoci una manifestazione sul grano: una gara di mietitura a mano del grano. Un qualcosa che appare come un sacrilegio perché mietere il grano di corsa vuol dire gettarlo. Ma in questa follia ho ritrovato un istinto che mi riportavo a quand’ero bambino e alla terra che avevo                                    dentro di me.

A me, invece, piaceva andare in montagna con i miei nonni e mio padre e così ho imparato a fare quasi tutto nell’orto, nei castagneti e nei noccioleti. Ma ricordo sempre un grande rammarico, una rabbia che mi accompagnava, dovuta alla mancanza di enormi mezzi meccanici. Pensavo allora che con un mega trattore avremmo potuto fare molto di più, produrre di più, guadagnare di più. Poi un giorno ho visto che “grandi aziende agricole” con mega trattori non riuscivano più a raggiungere un castagneto anni prima coltivato da mio nonno solo con la zappa. E allora ho capito che non occorrevano grandi trattori ma grandi menti.

Proprio in merito a ciò che tu dici, penso a Tiziano Terzani, le cui parole mi hanno cambiato la vita. Ecco, Terzani ci parla della visione olistica che bisogna avere del mondo e della natura. E il contadino aveva un’incredibile visione olistica dell’ambiente che coltivava. Per me il contadino è colui che si pone di fronte ad una pianta e la guarda crescere. Ha la capacità di guardare e aspettare che cresca. A differenza di tanti che oggi credono di essere contadini ma sono dei semplici trattoristi. Il contadino sa ciò che fa ma sa anche ciò che non può fare, conosce la sua impotenza verso la terra. E’ questa la condizione da cui voglio partire rispetto a ciò che sto realizzando con il grano in questa mia terra.

Queste tue parole mi fanno pensare al bosco e ai boscaioli. E’ facile oggi con le motoseghe e gli autocarri annientare un bosco e portare a valle il legno e rivendere la quantità. Ma penso agli antichi boscaioli, con asce e muli ma soprattutto alla visione del bosco da tagliare in maniera che ricrescesse velocemente e meglio di prima. Subire la perdita per dare nuova vita. Capire ciò significava accettare lo scambio, di cui la vita stessa è fatta. Prendere per poi dare, quantomeno in egual misura.

 

Ciò che tu dici in merito al valore dello scambio rende il contadino e il boscaiolo figure profondamente contemporanee. Ultimi custodi di un valore così prezioso, la sostenibilità della nostra vita che tanto prepotentemente sta tornando oggi nei nuovi discorsi e nei nuovi modelli soprattutto grazie al web. Ma fammi capire ora, secondo te, quanto sono vicini il bosco e il grano?

 

Apparentemente non vi sono cose più diverse: il bosco è un sistema vitale composto dall’equilibrio perfetto e allo stesso tempo fragilissimo. Un bosco non può essere piantato. Non sarebbe un bosco, sarebbe una piantagione che serve ad altro, Ad avere assi perfette, diritte, tutte uguali. Il bosco è stato fonte primaria del fabbisogno di materia prima per la costruzione di ogni cosa. Un bene vitale. Il grano è ancora più agli antipodi della cultura umana. Banalmente una graminacea i cui semi, cariossidi, quando macinati danno farina. Una pianta molto semplice ma dal potenziale rivoluzionario. Ebbene la coltivazione del grano ha rappresentato per l’uomo, forse, il maggior successo della sua azione sulla natura. Ma il grano, da solo, non si mangia, come pure il suo principale derivato: la farina. Qualunque prodotto derivi dal grano, e principalmente pensiamo al pane, ha bisogno di energia, il fuoco, la legna, il bosco! Ma voglio farti anch’io una domanda: come pensiamo di sfamare tanti miliardi di persone, quanti siamo e saremo, col grano, magari mietuto a mano come al Palio?

Bene, io ti rispondo che il Palio del Grano è semplicemente una finestra su un mondo. Un mondo che una volta guardato e vissuto difficilmente può essere abbandonato.  Un mondo che col gioco ti prende e ti porta a contatto con la terra, con il miracolo della terra che le macchine ci hanno offuscato. Le macchine che ci hanno reso apparentemente onnipotenti e allo stesso tempo schiavi di risorse che sappiamo limitate, penso agli idrocarburi che le alimentano. Macchine che ad oggi, pur forse potendo, non ci consentono di sfamare tutti. Ebbene, io dico: torniamo a guardare e capire il miracolo del grano. Il miracolo di un chicco che da uno che marcisce e germina ne moltiplica venti. E’ questo meccanismo misterioso che deve guidare il nostro essere società. Facciamo lo stesso con le idee, che devono essere messe a disposizione e moltiplicarsi, non essere rinchiuse e al servizio di chi ne detiene la “proprietà”.

Qui si inserisce però la mia “provocazione” rispetto alle nuove tecnologie, allo sviluppo della ricerca che non può e non deve arrestarsi. Nessuno di noi due crede che i nostri nonni abbiano vissuto meglio di noi. Meglio intendo proprio in termini di condizioni di vita reali, quotidiane. Con una zappa, all’alba, spezzarsi la schiena per un tozzo di pane. Mio nonno diceva che la zappa la devi baciare se vuoi zappare veramente, toccare la terra piegato su te stesso. A zappa che te fa magnà, a zappa ca t’adda atterrà (la zappa che ti sfama, la zappa che ti deve seppellire).  Nonostante ciò la tecnologia non può trasformarsi in dipendenza e schiavitù da mezzi e risorse, bensì creare strumenti a servizio di un progetto.

Di certo con questa nostra azione noi non vogliamo rivangare un mondo che è stato e non può e non deve più essere. Tempo fa dissi ad un mio amico tre parole sulle quali bisognerebbe fondare il nostro futuro e lui mi prese per pazzo allora: Zappa, Libro e IPad. Oggi mi ha detto: Giuseppe, avevi ragione. Se vogliamo continuare a vivere, e vivere in maniera accettabile, ma non solo per noi ma anche per questa terra che ci ospita, che dobbiamo renderci conto che bisogna ritornare ad avere la capacità e la forza di sederci di fronte a quell’albero, a quel seme di grano, e vederlo crescere, e tornare ad imparare.

Angelo Avagliano, la prima volta che l’ho conosciuto, dopo aver ascoltato il mio racconto in cui gli spiegavo del perché quest’anno avevo voluto tagliare un piccolo bosco alla maniera antica per rifare i carboni alla maniera antica mi ha detto: Bene tagliare il bosco per farlo ricrescere! Bene rifare i carboni come faceva tuo nonno e conservare quella memoria! Ma tu saresti in grado, oggi, di sederti a terra, di fronte a quell’albero, di capire i 30 anni che quell’albero reimpiegherà per ricrescere? Ebbene è questo che bisogna capire ed accettare, come i contadini e i boscaioli facevano: ogni nostra azione ha delle conseguenze. Oggi le conosciamo, le affrontiamo, le superiamo queste conseguenze? E’ qui che sta la sostenibilità!

La capacità di vedere le conseguenze può tornare solo se abbandoniamo questa frenesia dell’essere oggi. Ciò è dovuto alla condizione, teorizzata da Maffesoli in poi, del presente continuo. I contadini l’aveva capito già molto tempo prima che non si può vivere in questa condizione.

 

A’ vita è na rota ca gira (La vita è una ruota che gira) cit. mio nonno!

 

 

 

Esatto, una ruota che gira. Questo mondo, come ce lo sta lasciando la generazione prima di noi, è tornato ad essere piatto. Ebbene, l’unico libro che dobbiamo leggere per tornare a vederlo tondo è quello degli antichi contadini, boscaioli e pescatori. Un sapere ciclico, circolare. La capacità di vedere il calendario, non come uno strumento funzionale alle nostre esigenze dell’oggi, dell’hic et nunc, come se null’altro dovesse essere, ma come uno scorrere di giorni che tornano, e nel loro tornare guardare a ciò che dovrà nuovamente                              essere.

Hai detto una cosa importantissima, caro Giuseppe. La responsabilità del tempo! La risorsa più importante che abbia a disposizione, che non può essere gettata e allo stesso tempo gestita a nostro completo piacimento. La responsabilità del tempo è la condizione più importante che ci da dignità in quanto componenti di questo sistema. Ed ecco che riappropriarsi di questa responsabilità vuol dire capire che il grano va seminato a novembre se vuoi che cresca per poi mieterlo a luglio; che il bosco va tagliato in inverno se vuoi che ricresca; che il giorno non è sempre giorno solo perché possiamo accendere una luce, e la notte può essere sempre notte perchè possiamo dormire fino a mezzogiorno; che non è sempre estate e non è sempre inverno solo accendendo un climatizzatore. E’ davvero una conquista questa? Un tempo non vissuto è un tempo non capito. E non capire vuol dire non conoscere ciò che facciamo. Mangiare il pane e non conoscere da dove viene vuol dire che non oggi, non domani forse, ma dopodomani sicuramente non avremo più quel pane.

Caro Michele, credo che con queste parole possiamo aprire le porte di CampdiGrano a 25 ragazze e ragazzi, donne e uomini che verranno a  vivere sul campo questa esperienza di alfabetizzazione rurale e innovazione sociale.

 

 

Molto bene Giuseppe. Lasciamoci con questa certezza: noi non saremo in grado di dare alcuna risposta, come abbiamo dimostrato durante questo dialogo. Magari avremo solo da imparare. Come s’impara intraprendendo insieme un percorso, fondendo vecchio e nuovo, contaminando nuove teste con vecchie mani.

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